Processo giusto o meno? Punto di vista storico-giuridico.

PROCESSO A GESU’

Un qualsiasi fatto storico deve essere, se storico è per l’appunto, calato nel contesto storico, politico e culturale dell’epoca in cui si svolge. Lo stesso deve valere per quello che è stato il processo di tale Gesù, uomo appartenente all’ethnos ebraico, originario della Galilea.

Ricordo che la Galilea era nata nel 6 p.e.V. (pre era Volgare=a.C) a seguito della morte di Erode il Grande, che tra il 37 p.e.V. e il 6 p.e.V. aveva unificato sotto il proprio potere tutta la Palestina. Alla sua morte essa fu suddivisa secondo l’importanza dei suoi figli: ad Archelao toccò la parte migliore (tra cui la Giudea), a Erode Anitpa la Galilea e a figli minori, minori pozioni del territorio paterno. Nel 6 e.V. (era Volgare=d.C.) Achelao fu deposto e il suo territorio passò sotto il potere imperiale romano come provincia a capo della quale fu messo un procuratore di rango equestre. Tra il 26 e il 36 e.V. rivestì tale carica Ponzio Pilato.

Ci ritroviamo quindi in una situazione di oppressione politica proprio nel centro primario della religiosità e della classe politica ebrea, che, con il passaggio sotto l’autorità romana, aveva perso diritti e prestigio. Fu introdotto il culto olimpico sul territorio e, sebbene non si sia mai obbligato a una conversione, il rischio di instabilità, oltre che politica, anche religiosa era gravissimo: la classe dirigente infatti, oltre ad essere una classe politica di comando, si identificava con l’aristocrazia sacerdotale, in una commistione di politica e religiosità su cui tale classe, forte della discendenza mitico-storica dai Patriarchi, impostava il proprio potere.

Fatto sta, che Gesù, postulata la sua effettiva esistenza storica, fosse originario di Galilea (per es. si veda Mt. 2,23 o Gv. 1,45), quindi non solo non era sotto l’autorità romana, ma ovviamente non era cittadino romano. Di contro come ebreo, era sotto l’autorità religiosa che, nonostante si trovasse in Giudea, affondava comunque la sua influenza anche sul territorio non propriamente politicamente di sua competenza (per capirci: il Papa vale come autorità religiosa e morale anche fuori dal suo territorio, il Vaticano). C’è comunque da ricordare che Gesù non limitò la sua opera alla Galilea, ma si spostò per tutto il territorio Palestinese propriamente detto, tale per cui entrò sotto la giurisdizione del Gran Sinedrio di Gerusalemme. La sua cattura, tra l’altro, avvenne proprio su territorio Giudeo.

Ora, detto questo, perché fu catturato?

Esulando le tematiche prettamente di Fede Cristiana, bisogna calare le sue predicazioni nell’ambiente socio-religioso dell’epoca. La religione in cui si muoveva era quella Ebraica, che, come sappiamo se prendiamo in mano le tavole delle leggi mosaiche e il Levitico, aveva un corpus di leggi e regole ben precise, con conseguenti pene per i trasgressori. Erano a tutti gli effetti, per l’epoca, un corpus giuridico e penale (mi si scusi l’uso magari improprio di tali termini, ma non sono una giurista e li applico nel normale senso d’uso).

C’è da chiedersi come, quindi, Gesù contravvenne a tali leggi, e la risposta è fornita dai Vangeli stessi. Ecco l’elenco delle “effrazioni” attuate nel coso della sua vita pubblica:

1.       Critiche e diffamazioni ai danni dei Farisei (che erano l’autorità religiosa ebrea): Mt. 15,14; Mt. 23,33 e Mt. 23,27.

2.       Critiche e diffamazioni ai Sadducei (classe aristocratica e sacerdotale ebrea): Mt. 16,6 e Mt. 22,29.

3.       Violazioni delle leggi mosaiche (soprattutto quella del Sabato): Mt. 12,11-13; Gv. 5,9; Gv. 9,14-16; Gv. 5,16. Da specificare che Gesù sì guarì il sabato, ma non malati in pericolo immediato di vita, ma persone con malattie croniche come l’atrofia muscolare, che quindi non comportavano alcun rischio per la persona così affetta.

4.       Rischi di sommosse e violenze tra la popolazione: Gv. 11,47-48.

5.       Bestemmia (si pone allo stesso livello di Dio, dice di esserne il Figlio o il profeta): Mt. 11,27; Mt. 16,13; Gv. 5,17; Gv. 8,19; Gv. 10,30; Gv. 15,23, Mt. 26,64; Mc. 14,62; Lc. 22,69; Lc. 7,16; Lc. 24,19; Mc. 2,7.

6.       Vilipendio all’autorità regale: Lc. 13,32.

7.       Vilipendio e violenza contro il Tempio: Mc. 11,15; Mt. 21,12; Lc. 19,45 e Gv. 2,14. La cacciata dei venditori dal Tempio era ingiustificata perché, secondo le leggi della Torà, essi non solo avevano l’autorizzazione e il diritto di stare lì, ma svolgevano una fase fondamentale per il culto, come cambiavalute (le donazioni al Tempio potevano essere fatte solo in moneta di Tiro, quindi i pellegrini dovevano cambiare i propri coni per poter partecipare alla vita religiosa del luogo sacro) e come venditori di animali per i sacrifici a Dio (che dovevano avere caratteristiche specifiche e molto rare).

Detto questo, il comportamento di Gesù fu dunque inaccettabile e blasfemo agli occhi delle autorità politiche e religiose dell’epoca, che secondo il proprio diritto (inteso come Leggi e Codice Penale) procedettero in piena legalità alla cattura e al processo, compresa la sentenza di pena di morte.

Piccolo appunto: il Gran Sinedrio aveva il diritto di condannare a morte un uomo, ma non di applicare praticamente la sentenza. Per questo si dovettero rivolgere all’autorità imperiale romana, che però non ammetteva come pena di morte la lapidazione (cosa invece che sarebbe capitata a Gesù se fosse stata attuata la sentenza di morte secondo le leggi mosaiche per il crimine di bestemmia soprattutto, Dt. 18,15-22; Lv. 24,15-16). Fu quindi condannato alla crocefissione come prescriveva l’usanza romana per ribelli, sediziosi, plebei e schiavi (ovviamente un romano non poteva condannare un uomo di un’altra fede religiosa per blasfemia, in quanto non era di competenza romana dichiarare quali culti fossero ortodossi e quali no per una religione diversa dalla propria!). Dovettero trovargli quindi un altro capo di accusa e si optò per ribellione-sedizione, in quanto con le sue predicazioni in disaccordo (parziale o completo non importa) con l’autorità religiosa ebrea ufficiale poteva dar vita a sommosse civili o altri disordini o movimenti socialmente potenzialmente pericolosi.

NOTA: ho citato come passi solo quelli dell’Antico Testamento per le leggi che regolavano diritti, doveri e pene perché sono quelli più di facile reperimento e riferimento per noi. All’epoca vigevano molti altri testi rabbinici di riferimento a cui ci si adattava per i processi, ma non appartengono alla nostra propria cultura né bagaglio culturale. Per chi fosse interessato a consultare anche questi testi rimando all’articolo citato nella Bibliografia qui sotto di Corrado Marucci, di facile reperimento su internet.

BIBLIOGRAFIA:

Diritto ebraico e  condanna a morte di Gesù, di Corrado Marucci, S.I.

Bibbia di Gerusalemme, Cei, 1971

Atlante Storico Garzanti, Garzanti, 1999

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