Non commettere atti impuri I

CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, CAPITOLO 6:

 NON COMMETTERE ATTI IMPURI

-I-

 

Piccolo riassunto sulle posizioni ufficiali della Chiesa Cattolica sul sesso e tutto quello che lo concerne.

Partirò usando gli articoli del Catechismo ufficiale, analizzandoli tutti (a più puntatte) e introducendo di volta in volta altrri documenti uffiali, come enclichiche, compendi, ecc….

 

Innanzi tutto è bene notare che nel Catechismo della Chiesa Cattolica la parola sesso non è mai scritta… si parla di sessualità,concetto vario ed eventuale. Per far chiarezza, ecco come lo Zanichelli 2007 definisce le due parole:

         sesso: attività sessuale ed  i problemi ad essa attinenti

         sessuale: che si riferio scoposce al sesso

         sessualità: insieme di caratteri fisici, funzionali, psicologici e culturali legati all’attività sessuale.

Se il sesso quindi è attività, la sessualità include in senso più ampio tutto quello che al sesso sta attorno, dalla società alla psicologia, dall’etica alla morale, ecc… da notare, come ogni cultura abbia avuto la sua personale idea di quello che era lecito o meno fare nel talamo, in quanto esprimevano chiari giudizi morali che esulavano il mero concetto di attività fisica che il sesso, in essenza, è. Il sesso quindi è uguale da sempre, mentre è il concetto di sessualità che muta continuamente.

 

Detto questo, iniziamo con l’analisi del Articolo 6 del Catechismo: il sesto comandamento, non commettere adulterio.

Già è interessante che il sesso sia introdotto in questo frangente e non in uno più positivo, come poteva essere il capitolo su “ama il prossimo tuo”.

 

I.      << Maschio e femmina li creò…>>

 

2331: l’uomo ha la vocazione all’amore.

Ma cosa si intende per “amore”?

Il dizionario lo definisce come: profondo sentimento di affetto per una persona che si manifesta generalmente in un disinteressato desiderio di farle del bene e in un bisogno di vivere con lei.

Per definirlo invece per la Chiesa ricorro all’enciclica Deus Caritas Est di Benedetto XVI. Nella prima parte, nel paragrafo 2, introduce tre tipi di amore: l’eros, l’agape e la filia. Dice che il Cristianesimo ha vittoriosamente fatto trionfare l’agape, spodestando l’eros, che lui arbitrariamente definisce nel paragrafo 4 come “pazzia divina” che fa perdere il controllo all’uomo tanto da rendere sacra la prostituzione e da auto degradarsi nella deflagrazione delle passioni incontrollate. L’agape è il vero amore, che lui nel paragrafo 6 definisce, di nuovo arbitrariamente, come “cura dell’altro e per l’altro, tanto che diventa rinuncia, è pronto al sacrificio, anzi lo cerca”. Personalmente, trovo una simile definizione di quello che dovrebbe essere l’Amore molto (devastantemente) triste… perché identificare l’amore mediante attributi negativi? Rinuncia, sacrificio, auto-sofferenza… bell’idea.

Tornando alle definizioni, i veri significati dei tre termini sono (dizionario GI):

         filia: affetto, attaccamento, amicizia… potremmo dire il sentimento che vige tra due amici o tra fratello e sorella.

         eros: amore, passione, desiderio… potremmo dire che sia l’amore travolgente degli innamorati.

         agape: carità, affetto, elemosina… per comprenderlo meglio, dirò anche che deriva dal verbo agapao, che significa: trattare con affetto, coccolare, accontentarsi. Lo attribuirei ai sentimenti che nutro per il mio gatto, o quelli che mi muovono a impegnarmi nel volontariato.

Abbiamo quindi chiarito il primo punto della trattazione sull’amore e il sesso del Catechismo: l’uomo è finalizzato, è votato, all’agape (per usare la terminologia benedettina) che è carità, affetto ed elemosina verso il prossimo.

 

2332: la sessualità concerne ogni aspetto della vita dell’uomo, nell’affettività, nella capacità di amare di procreare.

Diciamolo, se per amore s’intende l’agape, la mia voglia di sessualità decade allo zero termico assoluto. Se poi si riprende in mano la definizione benedettina del termine agape (rinuncia, sacrificio e dolore), c’è da domandarsi perché i cristiani figlino, se il sesso che concerne l’amore è tutto questo dolore fisico e morale… propendo per la tesi che siano tutti intrinsecamente o masochisti (provano piacere nel dolore) o ignoranti, nel senso che ignorano cosa il Papa intendi per amore e continuino a pensarlo come eros, e non come agape.

 

2333: ogni essere umano deve riconoscere e accettare la propria identità sessuale, che si caratterizza da differenze e complementarietà fisiche, morali e spirituali, tutte comunque e univocamente orientate al matrimonio e alla famiglia. Da tutto questo dipende l’armonia dell’intera società.

Qui s’iniziano ad ampliare i piani.

Nel Compendio al Catechismo voluto sempre da Benedetto XVI, si spiega questo punto tagliando le implicazioni sociali e riducendo il tutto a “ogni uomo deve accettare la propria identità sessuale” (punto 487). Ovviamente, è una frase troppo libertina perché sia accettabile dalla Chiesa Cattolica, che introduce subito dopo, nel Catechismo, il concetto di differenze e complementarietà fisiche… il che significa che un uomo non deve tanto accettare la propria identità sessuale (che è di diversi tipi), ma deve soggiogare alle proprie caratteristiche fisiche che dettano univocamente quello che l’identità sessuale dovrà per forza di cosa essere. Non si parla di psicologia in nessuno dei testi cardini della dottrina della chiesa, ma solo di fisicità che detta l’identità sessuale (se nasco con le tette devo avere un’identità sessuale femminile), la morale consona (se ho un’identità femminile, in base alla legge ecclesiastica della complementarietà dovrò essere anche eterosessuale, perché moralmente giusto e moralmente abominevole il contrario) e lo spirito con cui vivere tale sessualità. Da questa perfetta macchina indottrinale e creatrice dipenderebbe, per la Chiesa, la salute di tutta la società umana. Tale punto è sottolineato nel Compendio alla Dottrina Sociale della Chiesa al punto 224, in cui la Chiesa prende una posizione di netto rifiuto verso le cause culturali e sociali dell’identificazione sessuale di una persona, ma ribatte che spetta solo al singolo individuo, indipendentemente dal contesto in cui vive e in cui è cresciuto, accettare la propria fisicità come unica e univoca prova della propria identità sessuale. Il tutto è finalizzato alla creazione del nucleo familiare sancito dal matrimonio come unico lecito per ogni società umana, frutto di una non meglio identificata “legge naturale”. Si conclude che “L’identità sessuale è indisponibile, perché è la condizione oggettiva per formare una coppia nel matrimonio”: nessuno quindi ha la libertà di disporre della propria sessualità né della propria identità sessuale, in quanto l’unico fine è il matrimonio che non è una libera scelta ma un obbligo”naturale” vincolante per ogni essere umano. Mi chiedo allora come sono possibili milioni di esempi di società con parametri diversi che risultavano essere sane comunque…né come mai ci sono milioni di società con identici parametri che sono tare e cancri per il mondo stesso…

 

2334: uomini e donne hanno pari dignità.

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica questo è il massimo per le pari opportunità che si può ottenere. Non si dice mai, mai e poi mai, assolutamente mai, che uomini e donne hanno pari DIRITTI, ma solo pari dignità… La stessa solfa sulla pari dignità è ripresa al paragrafo 1934 in cui si dice che,  essendo stati creati dallo stesso dio, uomini e donne hanno la stessa dignità (che spetta comunque a tutte le creature create da dio). Dalla dignità deriverebbe poi l’uguaglianza (concetto che però non viene sviluppato… in che senso uguaglianza? Di diritti o di semplice riconoscimento della stessa condizione di esseri umani? Dico questo perché nel Medioevo la donna non era considerata essere umano a pieni diritti ma solo surrogato umano, forma umana, ma inferiore all’uomo) e sempre da tale dignità ne conseguono dei diritti (paragrafo 1935). Sia ben chiaro che non si stanno affermando pari diritti, perché subito in 1936 si sottolinea che dio ha creato ogni essere umano diverso dall’altro, con talenti differenti, e che il vero uomo sa riconoscere e seguire questo  talento naturalmente connotato nella sua essenza… il che significa che spesso gli uomini devono scendere a patti e mestamente seguire la loro natura perché (paragrafo 1937) questo è stato deciso da lui (dio). Sono condannate solo alcuni tipi di disuguaglianze di trattamento (1938), ma non tutte, perché alcune sono volute da dio stesso, a cui l’uomo deve sottostare. Diritti sì, ma con paletti, limitazioni e senza il diritto ad avere diritti. Nel Compendio alla Dottrina Sociale, al punto 111, si ribadisce che uomo e donna hanno pari dignità perché entrambi creati da dio. Solo nel “rapporto di comunione reciproca (…) realizzano profondamente sé stessi”, nel “dono sincero di sé”, che si concretizza solo nel matrimonio, come unica fonte di realizzazione per il genere umano. Per giustificare questo passo si rimanda all’Antico Testamento, in Osea 1-3. In Os 1,2 si legge: “Quando il Signore cominciò a parlare a Osea, gli disse: << Và, prenditi in moglie una prostituta e abbi figli di prostituzione, poiché il paese non fa che prostituirsi allontanandosi dal signore>>” e quando questa gli partorisce dei figli, allora il Signore gli dice” <<Và, ama una donna che è amata da un altro ed è adultera (…)>>” e Osea va’ e la compra per 15 pezzi d’argento (Os 3,1-3). Mi sembra il passo perfetto da cui prendere spunto per legiferare in materia matrimoniale e per  parlare della dignità della donna. L’altro documento a cui rimanda il compendio è la Gratissima Sane di Paolo VI,del 1994. Al paragrafo 6 si dice che grazie alla Genesi “è possibile distinguere (…) la realtà della paternità e maternità e perciò della famiglia umana” e subito si specifica “Ai nuovi esseri dio dice benedicendoli: <<Siate fecondi e moltiplicatevi (…)>>”. Nel paragrafo 8 si prosegue sulla stessa solfa: “Maschio e femmina per costituzione fisica, i due soggetti umani, pur somaticamente differenti, partecipano in modo ugule alla capacità di vivere nella verità e nell’amore”. Il concetto è chiaro: nel paragrafo che parla dell’uguale dignità di uomini e donne, l’unica cosa che si dice è che uomini e donne hanno uguale dignità ma non diritti, e che sono obbligati per “legge naturale” a metter su famiglia, non liberamente, ma come imposizione naturale e sociale, al fine, unico e innegabile, di mettere al mondo dei figli. In questo sta la dignità umana e l’impossibilità di dichiarare uguali diritti tra uomini e donne, perché le differenze tra di loro sono fondamentali e funzionali per un unico destino e futuro. I diritti che ledono questo obbligo superiore  devono decadere. E’ grazie a questa posizione ambigua che la chiesa può invocare il non diritto dei gay a partecipare anch’essi ai diritti fondamentali dell’uomo o a negare il diritto degli handicappati a sposarsi, o delle donne a fare gli stessi lavori degli uomini ecc… non esistono diritti universali, ma l’universale compito di fare figli degli esseri umani, che non hanno altro scopo, diritto, fine se non la procreazione in una famiglia legata da una non verificata “legge naturale”.

 

2335: ribadisce il concetto espresso in 2334, e cioè che gli uomini e le donne hanno pari dignità ma in modo diverso. Chiarisce poi che solo uomo e donna sono accettabili come unione, in conseguenza logica al concetto di complementarietà e di accettazione della naturale forma fisica della propria sessualità (o, meglio, dei propri organi sessuali. Sono questi che determinano l’identità sessuale, non lo sviluppo psico-fisico adolescenziale).

 

2336: ricorda che il sesto comandamento biblico recitava “non commettere adulterio”, ma la Chiesa, spinta da Gesù che recitava “(…) chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio (Mt 5,28)”, ha deciso di interpretarlo in senso ampissimo includendo ogni aspetto della sessualità umana (fisica, culturale, emotiva, psicologica, ecc) che vada contro la “castità”, che il dizionario definisce come “essere casto” dove “casto” è definito come “che si astiene dai piaceri, puro”. Il che significa che la Chiesa impone la castità da ogni tipo di piacere, al fine di non contravvenire al comandamento da lei reinterpretato liberamente nel XI sec d.C. 

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La leggenda di Mosè

Bibbia alla mano, vorrei analizzare per esteso il testo riguardante la mitica figura di Mosè.

Il libro in questione è l’Esodo.

Ora, c’è da dire che l’Esodo descrive gli avvenimenti pseudo-storici avvenuti tra il 1290 a.C. e il 1212 a.C., vale a dire tra il Faraone Sethi I e il suo successore Ramesse II detto Il Grande.  Possiamo collocare gli avvenimenti narrati in questo periodo grazie Es 1,11 che racconta come furono impiegati gli Ebrei in Egitto: per la costruzione delle città di Pitom e Ramses (o meglio, Pi-Ramses). La prima fu fondata da Sethi I, la seconda fu l’esito di una fortificazione attuata da Ramesse II di un avamposto presso il delta del Nilo contro le invasioni ittite di quegli anni. Il Libro Esodo invece fu composto presumibilmente sotto il  regno di Ezechia (716-687 a.C.), anche se il primo riferimento allo stesso risale solo al 622 a.C. Quindi, l’Esodo è stato scritto  circa 500 anni dopo i fatti narrati.

Detto questo, iniziamo la lettura della prima parte del libro (da Esodo 1,1 a Esodo 14,31).

Il testo esordisce dicendo che salì al trono d’Egitto un Faraone (erroneamente chiamato Re nel testo) che non aveva conosciuto Giuseppe (Es 1,4). In Es 12,40 si dice che il giorno in cui gli Ebrei fuggirono dall’Egitto cadeva esattamente 430 anni dopo Giuseppe. Facendo un paio di calcoli, si può dire dunque che gli Ebrei entrarono in Egitto tra il 1650 a.C. e il 1543 a.C., vale a dire durante il periodo della dominazione Hiksos dell’Egitto, coincidente con la XV e XVI dinastia (del nord; al sud si era instaurata la dinastia Tebana).

Fatto sta, che il nuovo Faraone, spaventato dal gran numero degli Ebrei presenti sul suo territorio, li spedì a lavorare alla costruzione delle due città di Pitom e Ramses (ovviamente, l’autore del testo fa confusione tra Sethi e Ramesse e attribuisce al primo anche i lavori del secondo) (Es. 1,11). Per limitare poi il loro numero, impone che i loro figli maschi siano uccisi e risparmiate solo le femmine (Es. 1,16)… non esiste alcuna prova di questo, né archeologica (resti di bambini) né nelle fonti egizie. Nasce Mosè (Es 2,2) e la madre per salvarlo lo mette in una cesta e l’abbandona nel corso del fiume Nilo (Es 2,3): c’è da chiedersi perché non lo abbia dato subito in pasto ai coccodrilli, ma i miti di rado sono logici! Il bambino è salvato da una delle figlie del Faraone che lo adotta e lo fa crescere (Es 2,5-10).

Peccato che questa storia non sia originale! E’ copiata da un mito ben più antico appartenente alle tradizioni mesopotamiche. Inutile far notare che i Babilonesi occuparono la Giudea per secoli e che quindi gli ebrei entrarono in contatto con tutti i miti mesopotamici. Il mito in questione è quello di Sargon, re Sumerico realmente esistito che visse tra il 2334 a.C. e il 2279 a.C. Il mito, scritto definitivamente nel VII sec a.C. (e quindi in contemporanea alla stesura dell’Esodo. Prima ovviamente era noto per via orale) cita:

La mia madre ‘scambiata’ mi concepì, in segreto mi partorì. Mi mise in un cesto di giunchi, col bitume ella sigillò il coperchio. Mi gettò nel fiume che si levò su di me. Il fiume mi trasportò e mi portò ad Akki, l’estrattore d’acqua. Akki, l’estrattore d’acqua, mi prese come figlio e mi allevò.”

 Lapalissiana è la coincidenza delle due storie, solo che una risale a 1000 anni prima dell’altra.

Intanto Mosè cresce, uccide un Egiziano che stava colpendo un ebreo (non si sa il motivo però della punizione) (Es 2,11-12) e per paura che proprio gli Ebrei lo denuncino (Es 2,14), e probabilmente lo hanno fatto visto che il Faraone cerca di metterlo a morte per omicidio (Es 2,15), fugge a Madian (Es 2,15) dove sposa la figlia di un sacerdote e si mette a fare il pastore (Es 2,21 ed Es 3,1).

Intanto, Sethi I muore e sale al trono un nuovo Faraone (Es 2,23).

Mosè è a pascolare le greggi (Es 3,1) quando gli compare l’angelo del Signore sotto forma di rovereto in fiamme (Es 3,2). Mosè si accosta e l’angelo diventa improvvisamente il Signore (sempre sotto forma di rovereto in fiamme… c’è un salto di soggetto. Es 3,4). Comunque sia, il Signore (o angelo o allucinazione… come volete) gli dice che deve liberare gli Ebrei  (che, per amore della storia, non erano assolutamente schiavi in Egitto in quanto non esistevano schiavi, ma lavoratori con contratti e paghe, forse non faraoniche, ma comunque paghe erano!) e portarli alla terra promessa (che però era occupata da altri popoli… ma il loro Dio non era forte come questo evidentemente!) (Es 3,8-9). Dio raccomanda a Mosè poi, di non fuggire a mani vuote, ma di ingraziarsi i vicini di casa egizi e di farsi prestare il loro oro e argento: fuggendo, gli Ebrei non avrebbero più potuto restituire i prestiti e sarebbero stati ricchi senza aver fatto nulla, lasciando i poveri cittadini egizi senza nulla (Es 3,21-22). Mosè poi ha paura che nessuno crederà alla sua missione (Es 4,1) e allora Dio gli da dei “prodigi” per convincere gli Ebrei: una bastone che si trasforma in serpente e che, riafferrato per la coda, ridiventa serpente (Es 4,3-4), una mano lebbrosa che guarisce (Es 4,6-7) e la capacità di trasformare una bacinella di acqua del Nilo in sangue una volta a contatto col terreno (Es 4,9), preludio ovviamente della capacità di trasformare TUTTO il Nilo in sangue.

E’ da notare come nemmeno la storiella del bastone che si trasforma in serpente è nuova, ma tratta da un mito egizio scritto tra il 1650 a.C, e il 1540 a.C. (quindi proprio quanto gli Ebrei giungono in Egitto sotto la XV-XVI dinastia degli Hiksos; quindi, 400 anni prima del buon Mosè) e narrante prodigi avvenuti sotto il regno di Keope, vissuto tra il 2650 a.C. e il 2510 a.C., quindi appartenente alla IV dinastia (vale a dire quella che ha fatto le piamidi!). Il racconto, scritto sul Papio n. 3033 conservato a Berlino, racconta che: un sacerdote, temendo che la moglie lo tradisca, plasma nella cera un coccodrillo e lo getta nel laghetto dove crede che l’amante della moglie vada a “purificarsi” dopo aver “consumato”. Il coccodrillo, grazie al dio Ptha, dovrebbe prendere vita (e divorare) il suddetto seduttore di mogli nel caso in cui si bagni nello stagno. Questo avviene, il coccodrillo prende vita e divora il mal capitato. Il sacerdote torna e richiama il coccodrillo, che esce dall’acqua col fedifrago nelle fauci. Per non spaventare tutto il seguito, afferra il coccodrillo per la coda ed esso torna ad essere di cera. Se la storia quindi non c’entra molto, innegabile è la procedura magica applicata in questo caso e nel caso del bastone di Mosè. Lanciando qualcosa, per magia prende vita e, riafferrandolo per la coda, ritorna ad essere inanimato. Probabilmente era una pratica comune degli stregoni e maghi del tempo.

Ma non è tutto: Dio promette a Mosè che indurirà il cuore del Faraone di proposito, così che egli non voglia ascoltare le parole di Mosè e debba subire le ire di Dio (Es 4,21)… ora, questo Dio è davvero sadico e crudele. Convintosi, Mosè torna in Egitto (Es 4,20) con Aronne (e famiglia) al seguito (ottimo oratore a differenza sua Es 4,14). Qui va a parlare col Faraone che però ha il cuore indurito da Dio tanto che, ogni volta che si decide a lasciar libero il popolo ebraico, il Signore di Mosè interviene e gli fa volutamente cambiare idea (Es 9,10; 10,1-2; 12,10; 14,4)!!!!!! Mosè intanto cerca di ingannare Ramesse perché non chiede la liberazione del popolo ebraico, ma solo il permesso per una scampagnata nel deserto di 3 giorni per fare dei sacrifici rituali (Es 5,1). Il Faraone, tra una piaga e l’altra (le piaghe in totale sono 10, fatte a volte da Aronne, altre da Mosè e altre ancora direttamente da Dio; Es 7,20; 8,2; 8,13; 8,20; 9,6; 9,10; 9,23; 10,22; 12,29)  gli concede di andare a sacrificare, ma Mosè pretende ora che vadano con lui pure donne, bambini e anziani (Es 8,20 e Es 10,8). Il Faraone poi lo concede, ma chiede di lasciare in Egitto tutto il bestiame non necessario ai sacrifici come prova che torneranno (Es 10,26) (e anche perché, nel caso di fuga, almeno avrebbe avuto del bestiame con cui salvare il popolo egizio devastato dalle piaghe delle cavallette e della morte del bestiame). Mosè si rifiuta di acconsentire e il Faraone è tentato di lasciarlo andare via comunque, ma interviene di nuovo Dio (Es 12,10) e Ramesse II cambia idea, incorrendo nella collera di Dio (ma come?!?!? Era stato Dio a convincerlo!!! Ed ora si arrabbia?!?!?) e nella decima piaga: la morte dei primogeniti (sia umani che animali, giusto per sterminare proprio tutti! Es 12,12). E’ fatta: Dio scatena la piaga con grande soddisfazione (Es 12,29) e il primogenito del Faraone muore.

Peccato che il primogenito di Ramesse II, Amonherkhepeshef, non morì di pestilenza o altro, ma per un colpo in testa da parte di una lama duante una scaramuccia presso il Mare delle Canne (esatto! Quello che nella Bibbia è oscenamente tradotto con Mar Rosso per spettacolizzare di più il “miracolo” di Mosè. In realtà il Mare delle Canne sono le paludi del nord Egitto). Lo sappiamo perché…. Abbiamo il suo teschio e il suo corredo funebre! Mi spiace per il Dio di Mosè, ma la storia della morte dei primogeniti è una grande bufala (non esistono poi alcun prove delle altre 9 piaghe.. anzi, il regno di Ramesse II fu il più splendido e fiorente della civiltà egizia, quindi non fu colpito da alcuna calamità naturale degna di nota o devastante. Povero Mosè!).

Dopo la fanta-decima-piaga, il Faraone scaccia gli Ebrei dall’Egitto (Es 10,30). Gli Ebrei si ricordano però delle parole di Dio e, prima di levare le tende, si ingraziano i cittadini egizi (ormai stremati, stando alla Bibbia, dalla morte di tutto il bestiame, dalle rane, dalle cavallette che distrussero i magazzini con le sementi, dalla grandine che distrusse tutti i raccolti e dalla moria di tutti i pesci del Nilo), dicevo, si ingraziano i poveri e disperati egizi e si fanno astutamente prestare tutto il loro oro e argento (Es 12,35). Sono così indaffarati ad arraffare le misere ricchezze del popolo egizio che si dimenticano però le provviste (Es 12,39)!!!!

Arraffato tutto, gli Ebrei partono e Dio li conduce verso il MARE DELLE CANNE (e non il Mar Rosso, Es 13,17) e da lì li fa tornare in dietro (Es 14,2) per far credere al Faraone che si sono persi e stanno vagando senza meta (Es 14,3). Dio interviene di nuovo e convince il Faraone a inseguire i fuggiaschi (nonostante il Faraone non ne volesse più sapere di loro! Es 14,4). Ramesse salta su un carro e si mette a inseguirli con tutto l’esercito (Es 14,6).

Peccato che Ramesse II all’epoca dei fatti (il 1250 a.C. circa) avesse più o meno 60 anni (morì dopo 66 anni di regno a 98 anni) e fosse gravemente malato di artrite da almeno 15 anni!!! Dubito che un nonnino di 60 anni con artrite e infezioni varie avesse la forza di comandare l’esercito contro un manipolo di ribelli!!!

Dio, soddisfatto, dice a Mosè di aprire le acque del Mare delle Canne (che era una palude, quindi c’era ben poco da aprire.., Es 14,16) e gli Ebrei si infilano tra le due pareti del mare passando sull’asciutto fondale seguiti dal nonno Ramesse II e dal suo esercito (Es 14,23). Gli Egizi però hanno paura per il prodigio e decidono di lasciar andare gli Ebrei, quindi si voltano e fanno per fuggire (Es 14,24-25). Ma Dio è implacabile e, nonostante siano in fuga, ordina a Mosè di far richiudere le acque per massacrarli tutti (Es 14,26). Mosè ubbidisce e le acque travolgono il Faraone e l’esercito (Es 14,27). Gli Ebrei possono ammirare l’opera di Dio sulla riva, dove compaiono miriadi di cadaveri degli egizi (Es 14,28). Sono finalmente liberi.

Per prima cosa, parliamo delle “acque che si dividono”. Come per la storia del bastone che diventa serpente, anche questa è tratta dallo stesso papiro (n. 3033, conservato a Berlino, scritto dopo il 1650 a.C. sotto gli Hiksos e narrante delle opere compiute da maghi sotto Keope, vissuto nel 2650 a.C.). In un altro passo del papiro si narra che il pendente di una delle favorite del Faraone cadde nelle acque del Nilo e che la giovinetta iniziò a tenere il broncio. Il Faraone allora chiamò un grande sacerdote che tagliò a metà, da sponda a sponda, le acque del fiume, ripiegò una nelle due parti sull’altra, e camminando sul fondale asciutto ritrovò il pendente della ragazza. Richiuse poi le acque. Vi ricorda qualcosa?!?!

L’altro appunto da fare è la “distruzione” dell’esercito egizio alla chiusura delle acque del “Mar Rosso”: si dice chiaramente nel testo Biblico che il Faraone fu travolto dal Mare (Es 14,28) ma sappiamo che Ramesse morì circa 30 anni dopo di vecchiaia nel suo letto! Inoltre, si dice che i carri e gli armamenti dell’esercito andarono a fondo nel Mare (Es 15,5): peccato che in nessun luogo del Mar Rosso si siano trovati queste centinaia di reperti sommersi (per chi non lo sa, il Mar Rosso è la meta preferita da parte di tutti i sub d’Europa e che quindi è stato esplorato tutto in lungo e in largo, trovando anfore e navi, ma mai carri!!!)!!! Infine, l’esercito Egizio non può essere stato distrutto nel 1250 a.C. visto che dopo poco dovette impegnarsi in guerra!!!

 

Detto questo, spero vi siate divertiti con questo racconto mitico, fantastico e sadico.

Fonti:

-La Bibbia di Gerusalemme, EDB

-L’Antico Egitto, E. Bresciani, DeAgostini, 2005

-Antologia della letteratura egizia del Medio Regno vol II, M. Chioffi, Ananke, 2008

– Come la Bibbia divenne un Libro, W.M. Schneidewind, Queriniana, 2008

-Atlante Storico Garzanti, 1999

http://it.wikipedia.org/wiki/Sargon_di_Akkad

-Bibbia, una Biografia, K. Armstrong, Newton Editori, 2007

-Miti Egizi, G.Hart, Mondadori,  1994

-Miti dell’Antico Egitto, E.Brunner, Mondadori, 1999